A volte la rete non è proprio quel pandemonio di pervertiti e quello strumento inutile che “chi ne sa” ci vuole far credere…
Due giorni fa durante il periodico check di Facebook mi trovo questo messaggio:
ma ciao, ma sei tu??!! lontano compagno di avventure in Inghilterra... come stai? cosa fai di bello nella vita?? anche tu nel "circolo vizioso" di facebook?... Spero di risentirti presto! Ora scappo perchè... "escuceme ma ciò casino". Ciaooooo
Ho sgranato gli occhi, avevo il sospetto ma non ne ero sicuro. Mi lancio a leggere il profilo e dal passato riaffiora tutto un mondo. Era P., la mia compagna di viaggio in Inghilterra con cui avevo condiviso la bellezza di 21 giorni tra Brighton e Londra... nel 1995!
Detto fatto, rispondo al messaggio, ci scambiamo i vari indirizzi per instant messaging. Iniziamo a parlare di tutte le persone che erano con noi quell’estate. Lei mi dà l’indirizzo MSN di un’altra nostra amica e boom.. eccola in linea. Iniziamo a spulciare in rete alla ricerca di M., lo trovo su Linkedin, gli mando il contatto e ri-boom eccolo riagganciato… Paola risente Ma. e PataPum…
In poco meno di 2 giorni persone ai capi opposti dell’Italia, che non si sono più visti e sentiti per tredici (e dico 13) anni si ritrovano!!!
Ma di questa Rete se ne parla poco, oserei dire niente. Ecco il vero potenziale inespresso. Ed ecco cosa si perdono tutti i marketers, i giornalisti e i cosidetti esperti della rete, quelli che “sono su internet”…
Questa è LA RETE….
Se vi chiedete perchè la musica italiana è morta, è colpa delle Tribute Band che spopolano ormai nei pochi locali che ancora offrono musica dal vivo.
Da Vasco Rossi ai Queen, dai Pink Floyd ai Cold Play agli Oasis. La musica giovanile italiana ormai non è in grado di esprimere più nulla. Anche se alcune sono composti da validi "tecnici" della musica, le tribute band sono l'espressione totale della mancanza di creatività, capacità di composizione e innovazione: mancano di cultura, preparazione e basi della musica.
Sono i parassiti della musica. Oltre a sfruttareil lavoro di altri, spesso senza pagare i diritti d'autore, non attuano nemmeno lo sforzo di ripensare gli arrangiamenti. Prendono i pezzi, imparano gli spartitii (se sanno leggere la musica) e li ripropongono pari pari agli originali.


In Italia il cinema orientale è appannaggio di un circuito ancora (ma sempre meno) ristretto. Snobbato dalla gran parte della c.d. intellighenzia, avvertito come minaccia dai massoni italiani e "censurato" dalle case di distribuzione che ne limitano la programmazione. Le produzioni asiatiche stanno proliferando in un underground di appassionati che ormai disertano le produzioni italiane e si sono stancati dei blockbuster occidentali (tutti "chiacchere e distintivo"!).
C'è un disperato tentativo di voler rilanciare il cinema italiano che, a partire dagli anni 80, ha iniziato un lento ed inesorabile declino che, oggi, lo porta ad essere un prodotto incapace di varcare i confini nazionali per mancanza di generi, stili, registi e attori.
Generi
Il cinema italiano non è più di genere. Quando non è nostalgico della "meglio gioventù", si propone con un non-realismo che rappresenta una nazione distante anni luce da quella attuale. Probabilmente limitato da un forzato perbenismo e dall'incapacità di essere critico, la rappresentazione dell'Italia che ne esce è totalmente priva di credibilità. Il cinema cosidetto romantico o "drammatico" come "la bestia nel cuore" sono di una pochezza incommensurabile, infestata di stereotipi e luoghi comuni.
Fino agli inizi degli anni 80, invece, l'Italia è stato un luogo di proliferazione di generi. La commedia Sexy, il cinema horror italiano, il poliziesco e, precedentemente, lo spaghetti western sono ancora un riferimento per il cinema di Tarantino e Rodriguez. Il realismo influenza il cinema statunitense ed il cinema futurista di Marinetti degli anni 20 è fonte di ispirazione per il giapponese Shinya Tsukamoto in Tetsuo.
Stili
Il cinema non è più cinema, ma tv sul grande schermo. La presa diretta, il montaggio, le musiche sono chiaramente tratti dall'esperienza fiction. I film non vengono costruiti per la proiezione in sala, ma sono già prodotti per la diffusione televisiva. I cambi scena sembrano essere messi appositamente per poter inserire gli spot pubblicitari. L'assenza di dinamismo, la preferenza verso i primi piani a discapito di totali, campi lunghi e panoramiche non sono scelte narrative: nel piccolo schermo le scene troppo dinamiche si perdono, le panoramiche ed i campi lunghi non permettono di distinguere le persone e le azioni.
Registi
Ci si è dimenticati che quello del regista è un mestiere e non solo "tenere in mano" una camera da presa e dire "motore... azione". Vedendo molte produzioni, soprattutto delle fantomatiche nuove leve del cinema italiano, si nota un dilettantismo non dato dalla purezza e dalla ingenuità buona, ma proprio dalla ignoranza dell'ABC del cinema. Il montaggio è un taglia incolla nudo e crudo. La costruzione narrativa è inesistente. Le riprese sono influenzate dal campo-controcampo, le carrellate sembrano dei cinescopi. Alcune produzioni indipendenti, che ovviamente non trovano finanziamenti blindati dai Baroni amici di Rutelli e Veltroni, presentano dei bravissimi registi. E' il caso di "Dark Resurrection" di Angelo Licata a cui va il merito di aver fatto stilisticamente un film degnissimo ma che, ahimè, pecca di un elemento fondamentale: gli attori
Attori
Probabilmente sarà dovuto al fatto che siamo in presa diretta, mentre un tempo venivano doppiati, però lo stile di recitazione del cinema italiano è un qualcosa di veramente imbarazzante: sempre forzato e quasi caricaturale... ma voi quando andate a prendere il caffè recitate sempre l'Amleto di Sheakspeare? "Caffè o tè, questo è il problema. Zucchero o latte forse. Sicuramente in tazza..."
Conclusioni
Se Marco Muller non ha mai premiato un film italiano a Venezia, forse, non è perchè è un esterofilo. Se fosse così, Berlino o Cannes vi avrebbero preso in considerazione ma, guardate un po', spesso nemmeno vi selezionano... quindi fate un po' voi!
Vedendo l'enorme offerta formativa che oggi è presente nel paese mi è venuto il sospetto che non sia tutto limpido. Non parlo tanto dei Master riconosciuti, quanto dei corsi di formazione finanziati. Un business che a partire dal 2000 è andato via via incrementandosi. Ha visto la nascita (e la morte) di numerosi enti ed finanziamenti pubblici crescenti.
Pier Luca Santoro ha fatto una mini indagine su uno di questi corsi. I risultati dovrebbero quantomeno mettere la pulce nell'orecchio. Vi invito a prenderne visione, anche solo per avere dei parametri di valutazione di fronte alle migliaia di offerte che vi arrivano...
